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ASSISTENTE ALLA COMUNICAZIONE: CHI è? COSA FA? ASSISTENTE ALLA COMUNICAZIONE: CHI è? COSA FA? Se ne parla da poco tempo in Italia. E’ una figura che si sta diffondendo, anche se lentamente, è ricercato lavorativamente parlando ma, paradossalmente, non ha un riconoscimento giuridico, ad oggi. L’ingresso di un assistente alla comunicazione all’interno di una classe pone una serie di interrogativi sul lavoro di questo operatore per quel che riguarda il suo ruolo e le sue competenze, rispetto all’ insegnante curricolare e di sostegno. Infatti sia che si trovi a lavorare a fianco dei due docenti (ma è auspicabile che l’assistente venga utilizzato in altre ore rispetto al docente di sostegno, in modo da garantire un supporto per tutto il tempo scuola all’allievo sordo), sia che per necessità lavorino contemporaneamente in tre nella stessa aula, è comunque indispensabile concordare cosa fare e come fare. E’ bene precisare subito che il ruolo dell’assistente alla comunicazione è quello di “facilitare la comunicazione” tra la persona sorda, i docenti e i compagni di classe; pertanto egli non si deve porre come un insegnante, ma assecondare il docente che è la persona che in quel momento dirige l’orchestra. E’ però altrettanto vero che le competenze e i ruoli non possono sempre essere rigidamente circoscritti perchè poi la realtà è differente. Pensiamo ad esempio a un contesto di scuola elementare in cui la maestra curricolare chiede ai bambini di eseguire un compito e l’assistente alla comunicazione deve spiegare in segni cosa si deve fare; ma poi essendo la classe numerosa finisce col seguire il bambino anche nell’esecuzione del compito e di fatto fa l’insegnante. Come è già successo in passato, quando fu introdotta la figura del docente di sostegno, all’inizio c’è diffidenza e a volte ostilità verso questi operatori perché comunque quella persona è in classe, vede cosa succede, inevitabilmente valuta le competenze didattiche dell’insegnante e la sua capacità di aver un buon rapporto con gli alunni pur sapendo mantenere la disciplina. Altre volte invece soprattutto quando la comunicazione è molto difficile e l’alunno esprime il suo disagio con comportamenti aggressivi o di rifiuto a lavorare, l’assistente alla comunicazione viene accolto molto bene dagli insegnanti perché vedono che una comunicazione più efficace riduce l’aggressività. Altre volte ancora scattano meccanismi di gelosia perchè l’alunno privilegia il rapporto con l’assistente, dal momento che è la persona con cui comunica in modo efficace, veloce e completo. Si tratta come sempre di imparare a lavorare insieme sfruttando questa risorsa in più che è importante perché, come sanno tutti coloro che lavorano con gli allievi sordi, il tempo non basta mai per colmare le lacune sulla conoscenza del mondo, che la mancanza di udito comporta. Anche nel nostro Paese, sia pure con decenni di ritardo rispetto a quanto è già avvenuto negli Usa e in altre nazioni europee, si sta diffondendo, per il bambino sordo, un modello di educazione bilingue. Il termine educazione bilingue sta ad indicare la conoscenza di due lingue: l'italiano e la lingua dei segni (LIS). In altre parole, cioè, si considera indispensabile che il bambino sordo impari l'italiano parlato e scritto mediante la terapia logopedica, che può durare anche 10/12 anni, perchè viaggia su una modalità acustico-vocale e quindi utilizza un canale deficitario, ma al tempo stesso, sin da piccolissimo, venga esposto alla lingua dei segni, che viene acquisita spontaneamente e con facilità perchè viaggia su una modalità visivo-gestuale e quindi utilizza un canale integro. Il problema si pone per le famiglie udenti, perchè i sordi figli di sordi acquisiscono la LIS direttamente dai genitori, come prima lingua. Questa scelta educativa, che si va sempre più diffondendo tra le famiglie udenti di livello culturale medio-alto, trova le sue radici nella convinzione che il bambino sordo deve essere messo in condizione di comunicare subito e in modo completo con la madre, la famiglia e il mondo esterno, per evitare che al deficit uditivo si possano aggiungere un ritardo dell'apprendimento e problemi di tipo psicologico. Ci sono però al riguardo alcune domande-chiave: • come fanno i genitori ad imparare la lingua dei segni? • come e quando il bambino deve essere esposto alla lingua dei segni? • come la scuola può intervenire in questo modello educativo? Alla prima domanda è semplice rispondere perchè sia L'Ente Nazionale Sordomuti sia altre associazioni di sordi organizzano corsi di lingua dei segni, a vari livelli, e quasi sempre un genitore può trovare in un raggio di chilometri ragionevole un luogo, dove imparare i segni. Al secondo quesito si può dare risposta, facendo riferimento agli studi che esistono in generale sul bilinguismo e in particolare sul bilinguismo dei sordi. Perchè il bambino acquisisca la LIS in modo spontaneo, non è sufficiente che i genitori conoscano i segni, perchè comunque per loro la LIS non è la prima lingua. E' necessario che il bambino sia esposto alla comunicazione segnica con adulti e bambini sordi e soprattutto in contesti diversi. Diventa quindi essenziale la figura di un educatore/assistente alla comunicazione, che la legge sui diritti degli handicappati (L.104/92 art. 13) già prevede. Oltre alla presenza di questa figura, che si preferisce chiamare educatore quando è sordo e assistente alla comunicazione quando è udente, è necessario però che il bambino frequenti la comunità dei sordi, dove troverà molteplici e diversi contesti comunicativi. L'educatore/assistente alla comunicazione può lavorare in famiglia (ad esempio a Genova il Comune paga un'educatrice sorda che lavora in famiglia con i bambini sordi molto piccoli) oppure, come succede più frequentemente, a scuola e quindi eccoci ad affrontare il terzo quesito. La presenza di questa figura, pagata dagli Enti locali, aiuta il bambino a costruire la propria identità e ad accettare il proprio deficit, in modo da evitare che nell'adolescenza, come troppo spesso accade, il ragazzo entri in crisi di fronte a domande esistenziali, quali: • perchè sono sordo? • Perchè questo è successo proprio a me? • Come sarà la mia vita futura? E' necessario costruire e rafforzare l'identità sin da quando il bambino è piccolissimo, se si vuole evitare l'esasperazione di certe problematiche. In genere, l'educatore lavora a scuola dalle 12 alle 15 ore settimanali ed il suo compito è quello di affiancare le maestre, a cui resta il ruolo di insegnare, facilitando la comunicazione, arricchendo la lingua dei segni e, al tempo stesso, rafforzando con il confronto tra le due lingue le strutture morfo-sintattiche dell'italiano, con un ampliamento del lessico del bambino. Al docente resta quindi il compito di programmare e svolgere l'attività didattica, mentre l'educatore collabora attivamente alle lezioni. Nella realtà succede poi che in alcuni casi le diverse figure sono contemporaneamente in classe, magari quando si fanno lavori di gruppo; in altri caso, l'educatore resta in classe, mentre il docente di sostegno prepara e adatta visivamente il materiale didattico per l'alunno sordo; in altri ancora avviene che le due figure siano presenti in classe in momenti diversi, coprendo così un monte-ore più ampio. Le diverse scelte dipendono in gran parte dalla capacità delle persone di lavorare in equipe e di sfruttare al massimo le competenze professionale di ogni figura. Nonostante questa figura si stia diffondendo in tutta Italia a macchia d'olio, tuttavia manca ancora un profilo professionale, perchè la legge 104/92 si limita a prevederne la presenza, senza dare indicazioni precise nè sui requisiti nè sull'inquadramento giuridico ed economico. Da tempo l'Ente Nazionale Sordomuti ha sollecitato il Dipartimento degli Affari Sociali a definire il profilo professionale, seguendo anche le indicazioni suggerite dal Dipartimento Scuola dell'Ens, che ha tenuto conto delle esperienze in corso ormai da anni. Inoltre, l'Ens, che prima aveva il monopolio e la gestione della situazione, ma anche altre associazioni che ora più che mai lavorano per la tutela ed il riconoscimento dei diritti dei sordi, organizzano corsi di formazione professionale che diano a queste persone anche adeguate competenze psico-pedagogiche e didattiche, oltre che linguistiche lis. Come spesso avviene nel nostro Paese, lo Stato è in ritardo rispetto alle situazioni reali e alle richieste dei cittadini. Speriamo che tutto cambi e che la situazioni migliori, soprattutto per gli amici sordi che potrebbero constatare , come è constatato, l'efficienza di una figura tanto importante come l'assistente alla comunicazione. Antonino Gioiosa
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